Io sono una stella
 
di Inge Auerbacher
Bompiani, Milano
pp. 142
ISBN: 978-88-452-9677-2
a cura di
Matteo Corradini

Io sono una stella

Inge Auerbacher, ebrea tedesca, ha solo sette anni quando, nel 1942, viene internata nel campo di concentramento di Terezín in Cecoslovacchia. Conosce una delle più terribili atrocità della storia: la Shoah e la furia nazista contro un numero sterminato di uomini, donne e bambini. In questo libro rivolto prevalentemente ai ragazzi ma utile a ricordare una delle pagine della storia contemporanea meno note al grande pubblico, Inge raccoglie il commovente resoconto della sua esperienza: le emozioni e le paure di una bambina emergono in modo lucido e indelebile dalle sue parole nei racconti e nelle poesie ma anche dalle foto e dai disegni riportati nel libro. Oggi più che mai è importante continuare a leggere e far leggere le testimonianze per conoscere cosa è successo. In una nuova edizione curata da Matteo Corradini e arricchita da un dialogo con l’autrice torna in libreria un racconto necessario che descrive la Shoah lasciando aperta la porta della speranza.

 

Io sono una stella

 

La testimonianza di Inge Auerbacher è avvincente e commovente.
Elie Wiesel, Premio Nobel

L’amore da imparare

C’è una goccia di sangue sulle prime parole che escono dalla bocca di Inge Auerbacher. Compare quasi con noncuranza, nel flusso ininterrotto di storia a cui questa donna forte si aggrappa dal 1946, ma non appena si mostra sembra fermare lo scorrere del tempo e magnetizzare ogni interesse su di sé. È un puntino rosso, è la goccia di sangue che stilla dall’orecchio di una bambina.

«A volte ho dei flashback. Quando vedo alti muri di mattoni rossi, la mia mente torna alle pareti di Terezin. Le uniformi della polizia, specialmente in Germania, riaccendono in me vecchie paure. La vista dei vagoni e delle sirene della ferrovia riporta il passato ai miei occhi».

Ma la goccia di sangue non è lì. È il suo ricordo più lontano. Glielo domando quasi per metterla alla prova, evitare la domanda dritta sugli anni dello sterminio e comprendere fino a quale istante riesca ad arrivare lo slancio della sua memoria, un tiro a casaccio nel passato e tutti a recuperare quelle parole, fermatesi chissà dove, per poi ritornare al nostro presente raccontando tutto quello che ci sta in mezzo ma partendo da laggiù, dalla prima immagine indimenticabile di una vita intera. Inge risponde con la sicurezza di chi considera i giorni di ieri un luogo familiare, da frequentare quotidianamente per ritrovarsi e dare senso al proprio giorno presente e alla propria presenza nel mondo. Un passato, il suo, che ha tenebre profonde di dolore e bagliori rassicuranti, ore da riportare alla mente per farsi forza e scoprire che il senso non è perduto. La goccia di sangue che macchia le sue prime parole fa parte di quelle luci e sembra dare pace alla sua voce.

Ci eravamo accomodati sulle poltroncine di un caffè e sapevamo entrambi che quel tempo dei convenevoli, quel come stiamo, come sono belli questi fiori, «mi farò prestare un vaso dall’albergo», la vicina di casa nel Queens che le dà le ricette del Bangladesh, quanta neve è scesa a impolverare le montagne del Tirolo intorno a noi, com’è andato quel progetto in Kansas con gli studenti di un liceo, sarebbe presto terminato per lasciare spazio al motivo del nostro nuovo incontro.

IL TEMPO DELLA SOLITUDINE

“Io resisto con coraggio
la mia voce squarcia il silenzio
sono ancora un essere umano
nessuno potrà abbattere
il mio animo o la mia forza di volontà
io sono una stella.”