sabato 1 marzo 2008 – Pavia, Libreria Il Delfino
e Aula Magna del Collegio Ghislieri
Fuoco amico

La Libreria Il Delfino di Pavia ha organizzato per sabato 1 marzo un doppio appuntamento con Abraham Yehoshua, una delle voci culturali più importanti in Israele e uno dei massimi scrittori mondiali: un incontro pubblico nell’Aula Magna del Collegio Ghislieri, dove si è discusso dei diversi temi contenuti nelle opere di Yehoshua e in particolare del suo ultimo uscito in Italia, Fuoco amico (Einaudi), e un incontro nella libreria stessa, gremita di lettori appassionati. È toccato a me dialogare con lo scrittore e rilanciare la puntata su temi molto distanti e apparentemente incompatibili ma ben presenti nelle storie e nelle pagine di Yehoshua.

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Il mio racconto

Nel monovolume a noleggio che ci servirà per portare Yehoshua da Milano a Pavia, qualche sconosciuto prima di noi ha dimenticato nell’autoradio un disco di musica israeliana: è un presagio? Abraham spunta da una porta, e tra i velluti dell’hotel che lo ospita ci aggrappiamo al velluto più prezioso, quello della sua giacca, festosi come bambini. È tutto un salutarsi in ebraico, francese e inglese. Forse si domanda se siamo due accompagnatori. Chiede ad Andrea Grisi, uno dei titolari della libreria Il delfino di Pavia insieme a Guido Affini, quale sia il suo mestiere: «Libraio, malheuresement». Ridiamo. Poi tocca a me: «Ebraista, malheuresement». E di nuovo si ride, come ci conoscessimo da tempo, magari da quel giorno in cui mi diedero come compito, all’università, di tradurre Il signor Mani.Viaggiando, Yehoshua tiene il finestrino aperto e si gode il vento. L’aria fischia in macchina e dobbiamo parlargli ad alta voce, come fosse un nonno un po’ sordo, sua moglie ci sorride. Fa caldo, è un anticipo di stagioni belle e Abraham si gode pianure e alberi che si sono appena ricordati di fiorire, mentre noi ci godiamo tutto attraverso il suo sguardo, proprio non riusciamo a levargli gli occhi di dosso. Si parla di libri, librerie, ci chiede come sta la letteratura italiana, come domandasse di un amico che non vede da qualche tempo. Riceve una telefonata: è Amos Oz. Parlano in ebraico, lo rincuora. Dice: «Del gruppo di scrittori israeliani, sono quello più ottimista. Quando uno degli altri è giù di morale, mi chiama». Poi sorride: «Dovrei inventare il modo di farmi pagare. Ottimismo a pagamento».
Yehoshua ha la straordinaria capacità di rendere familiare ogni argomento, ogni questione. Discutiamo di Shoah e di Palestina, e di cose leggerissime. Alla Certosa di Pavia scatta alcune foto, chiede anche a noi di metterci in posa per ricordo. Passiamo accanto ad una coppia di freschi sposi che si fanno anch’essi fotografare: se solo sapessero chi gli cammina accanto, si farebbero autografare le bomboniere. Risaliamo in macchina. Arrivando in piazza, a Pavia, troviamo una folla inaspettata davanti alla libreria, proviamo a proteggere Yehoshua ma non c’è nessun assalto, sebbene tutti siano lì per lui. La folla si apre, parte un applauso e sua maestà il re degli scrittori israeliani, come Mosè che allontana le acque, si addentra tra la gente che allunga dolcemente le mani per abbracciarlo. Il resto è visibile a tutti.
Ci salutiamo mentre scende la notte, a Gaza ci sono altri morti. Per Yehoshua è un viavai di telefonate, da Repubblica, da altri quotidiani. Si arrabbia, alza la voce per trasmettere tutta la sua passione. Riattacca, mi abbraccia. «Ciao, Mattatiahu». «Ciao, Abramo». Mentre scompare si volta di nuovo: poi se ne va con calma, come solo i sogni più belli sanno fare.

 

Il video della serata