Hugo Hamilton

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12 settembre 2010 – Mantova, Festivaletteratura
Storie senza voce

Un autore che parla e scrive quattro lingue e che è vissuto in una babele caotica e piena di parole nemiche, dialoga con Matteo Corradini di come la lingua che parli possa essere motivo di discriminazione e quindi sia spesso meglio non aprire bocca. Ma se il silenzio è la lingua della resistenza al dolore, la scrittura è quella che consente di parlarne al momento giusto, e anche questa ennesima lingua, come il tedesco e come il silenzio, è per lo scrittore irlandese, una lingua materna come racconta nel suo capolavoro Il cane che abbaiava alle onde.

CRONACA

La mattina in piazza Virgiliana è stata rinfrescata dalla ventata di bravura e simpatia dello scrittore tedesco-irlandese, Hugo Hamilton. Con ironia, Matteo Corradini ha intrattenuto i giovani spettatori ricostruendo la vita linguistica dello scrittore. Una situazione difficile, quella di Hamilton: mamma tedesca emigrata in Irlanda dopo la seconda guerra mondiale e papà irlandese che non voleva avere alcun rapporto con la cultura anglosassone. Hugo è cresciuto nel disagio di una diversità linguistica che lo distingueva dai coetanei: non capiva perché sua madre parlava una lingua diversa dagli altri e perché il padre voleva preservare la famiglia dalla lingua inglese. Attraverso racconti e aneddoti della sua infanzia, Hamilton è riuscito ad incantare i presenti, disegnando con la voce la cultura ed il mare irlandesi: Il cane che abbaiava alle onde rappresenta uno dei suoi più importanti libri. Un cane che non appartiene a nessuno e un mare, “bicchiere pieno di acqua blu” raccontano lo scrittore e ne scrivono la sua storia.

 

Le lettere dell'alfabeto ebraico hanno le ali e, se non ci teniamo stretti, corriamo il rischio di volare molto lontano e di cadere. Paolo De Benedetti