Creare

Matteo Corradini

Creare

Edizioni Erickson, Trieste
collana: La didattica per operazioni mentali – Vol. 2
pp. 128 – cm 17×24
ISBN: 978-88-6137-140-8

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nasce una nuova collana, diretta dal prof. Lucio Guasti, che si pone l’obiettivo di operare un cambiamento di prospettiva nella didattica, in modo che vengano privilegiate le operazioni mentali che ogni alunno è tenuto a mettere in atto rispetto ai contenuti della conoscenza nell’ottica dello sviluppo di uno spirito critico e consapevole. In particolare, l’operazione mentale analizzata nel primo volume è il «creare». Creare segue uno schema comune a tutti i libri della collana: la prima parte è costituita da un riferimento teorico al termine e alla sua collocazione nell’ambito della cultura contemporanea, non solo psicologica ma anche filosofica e letteraria. La seconda è formata dalla collocazione didattica dell’operazione nella scuola scuola primaria e secondaria di primo grado, e riporta numerosi esempi di applicazione nei programmi didattici.

Come comincia il libro?

La leggenda vuole che qualcuno abbia chiesto a Giotto: «Perché fai dipinti così belli e hai figli così brutti?» La risposta di Giotto: «I dipinti li faccio di giorno, i figli di notte». Secoli dopo, la casa nella quale Paul McCartney abitava da bambino ora appartiene al National Trust. L’ex Beatles è tornato alcune volte a Liverpool per rivederla, con i propri figli, ma non è più entrato in quelle stanze: aspettava i bambini senza scendere dalla macchina. Quando scrisse con John Lennon una delle prime canzoni dei Fab Four, “I saw her standing there”, decise con l’amico di dedicarsi ad una breve descrizione di una ragazza, sulle prime note del pezzo, “She was just seventeen”, aveva appena diciassette anni. E proseguiva con “never been a beauty queen”, mai stata una bellezza, e una lunga raffigurazione di vari aspetti di una diciassettenne. Non era un bell’inizio, non era un buon modo per cominciare una canzone, e poi quella descrizione lunga, inutile, sembrava poco funzionale a dare slancio. Così John e Paul tagliarono e tagliarono di nuovo, finché ragionarono sulla possibilità che i loro sostenitori sapessero cosa significhi avere diciassette anni, oppure ancora che fosse impossibile condensare in poche righe una condizione così sfaccettata e complessa, varia e variabile. Il pezzo dei Beatles fu pubblicato e l’inizio è noto: “Well, she was just seventeen / and you know what I mean”, e sai cosa intendo, ci siamo capiti (McCartney, 2001).
La difficoltà di descrivere una condizione, quella dei diciassettenni, può essere in tutto simile alla difficoltà di descrivere la mente umana quando s’avvia per il verbo “creare”, di approfondire gli ingranaggi della mente creatrice, in particolare dei bambini e dei ragazzi. La tentazione più forte è quella di scavalcare l’ostacolo, dichiarando indirettamente l’impossibilità materiale di illustrare processi, fenomeni che avvengono all’interno del cervello bambino, per dedicarsi invece alle possibilità a cui le azioni aprono, ai risultati. Più facile consacrare tempo ed energie alle creature che ai creatori, alle creazioni piuttosto che agli sforzi della mente creatrice, discutere delle opere e non ragionare sulle operazioni.
Così come pare essere vero che gli stessi creatori, nella storia, si sono dissuasi di fronte ad una definizione del loro creato, molti hanno avuto un atteggiamento di timidezza nei confronti del proprio lavoro, delle azioni interiori che precedono e accompagnano le scelte materiali, una pennellata di verde, l’ingresso di un clarinetto in una sinfonia. John Campbell diceva: «The best things can’t be told», le cose migliori non possono essere raccontate. È impossibile descrivere il creare? È una speranza vana scoprire il doppiofondo del prestigiatore e trovarvi anzitempo il coniglio bianco?

 

 

Il ricco e il povero sono fratelli, e il fratello ricco si chiama Caino. Oscar Wilde