Testi originali, libri, parole dei sopravvissuti, parole dei sommersi, si fondono nella Memoria e diventano mostre nelle quali dialogano con le illustrazioni. Il segno grafico dei più importanti autori italiani si mette al servizio del ricordo, nella Giornata della Memoria. Progetto e idee di Andrea Valente. testi e supporto scientifico di Matteo Corradini.
2012: Dieci parole, una Shoah
01. Jude – Ebreo. Quando i nazisti trasformano un popolo in un insulto
La parola Jude significa semplicemente ebreo in tedesco. Non è di per sé una parola particolare, ossia normalmente indica l’appartenenza a un popolo o a una religione. Essere ebrei è una questione matriarcale: se tua madre è ebrea, sei ebreo anche tu. Anche se non credi in Dio, anche se non frequenti la sinagoga, o non hai amici ebrei, sei ebreo. È una questione di nascita e non coincide con la fede o con un particolare rito. Se sei cristiano, per esempio, devi essere battezzato e frequentare una parrocchia, non basta essere nato da una mamma cristiana. Si può essere invece ebrei anche senza saperlo. Agli occhi dei nazisti, la parola Jude rappresentava una specie di insulto. Dire ebreo a una persona, per i razzisti, significava dire che quell’individuo era inferiore agli altri, valeva meno o addirittura nulla. In più, gli ebrei erano accusati ingiustamente di colpe passate e di colpe recenti. Tra quelle recenti c’era la situazione economica molto grave in Germania (disoccupazione, problemi sociali, povertà): il pregiudizio diffuso vedeva negli ebrei persone avide, dedite solo agli affari e a rubare ricchezze ai tedeschi. Sappiamo invece che non solo questa cosa non corrispondeva a realtà, ma anzi gli ebrei in Germania erano profondamente tedeschi e si sentivano nazionalisti. La parola Jude veniva scritta sulle stelle gialle, che in molte città gli ebrei erano costretti a cucire sui vestiti e a portare sempre quando uscivano di casa. Era un modo come un altro, da parte dei nazisti, per additare un nemico e far sentire gli ebrei inferiori e fuori dalla società.
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2011: 10 numeri, 1 Shoah
760. I giorni passati da Anne Frank nell’alloggio segreto
Simbolo universale della Memoria, fuggita ad Amsterdam dalla Germania nazista coi genitori e la sorella, Anne Frank crebbe nella città olandese in libertà fino a che l’esercito tedesco invase i Paesi Bassi. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali anche in Olanda, e con le prime deportazioni, il padre di Anne decise di attrezzare a rifugio alcuni locali nella soffitta della fabbrica di cui era coproprietario, al 263 di Prinsengracht. La famiglia Frank vi si trasferì di lì a poco: era il 6 luglio 1942. Da pochi giorni la ragazza aveva cominciato a scrivere un diario intimo, regalatole proprio per il suo tredicesimo compleanno, compiuto meno di un mese prima. Il nascondiglio segreto doveva servire solo per un breve periodo: con l’aiuto particolare di quattro complici non ebrei, ai rifugiati erano garantiti la sopravvivenza, cibo, vestiti puliti, notizie. Col perdurare della guerra e dell’occupazione nazista, si rivelò invece un luogo dove Anne, i suoi tre familiari e altre quattro persone vissero per più di due anni. Il 4 agosto 1944, dopo 760 giorni, la Gestapo (probabilmente per una soffiata) fece irruzione nel nascondiglio e arrestò gli otto occupanti. Il destino di Anne si chius e nel lager di Bergen-Belsen, nel marzo del 1945: la ragazza morì di tifo. L’ultima pagina del diario è datata 1 agosto 1944.
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2010: I luoghi e i volti di Terezin / Theresienstadt

Nata come fortezza, la cittadina di Terezin (in tedesco, Theresienstadt), situata a sessanta chilometri da Praga e sede di caserme e prigioni nella Prima Guerra Mondiale, dalla fine del 1941 fu trasformata dai nazisti in ghetto e campo di transito per gli ebrei di quella zona dell’allora Cecoslovacchia annessa al Reich. Nel campo di Theresienstadt confluirono in seguito gli ebrei tedeschi, in particolare gli anziani, gli austriaci, gli olandesi e i danesi. In un luogo dove abitavano settemila persone furono stipati più di cinquantamila ebrei. Il loro destino era segnato: essere trasportati verso i campi di sterminio e rimpiazzati da altri ebrei. Gli abitanti del ghetto erano divisi in baracche diverse a seconda della loro età, del loro sesso e della loro provenienza. Esistevano dunque baracche per uomini, per donne, per bambini e bambini, per tedeschi e olandesi, per anziani… La vita nel ghetto era in parte gestita dal Consiglio ebraico, che su ordine dei nazisti aveva il compito drammatico di stilare le liste di coloro che sarebbero dovuti partire con i treni verso i campi di sterminio, in particolare verso Auschwitz. Tra le testimonianze raccolte in seguito, qualcuno definiva il ghetto con la frase «balliamo sotto il patibolo». Nell’ambito della cosiddetta “Soluzione finale”, la propaganda nazista voleva tenere attivo un luogo che, nella finzione, dimostrasse all’opinione pubblica che la condizione degli ebrei nei lager non fosse dura e definitiva. Un luogo da mostrare attraverso un film, che fu girato all’interno del ghetto dai nazisti stessi, e da far ispezionare ai rappresentanti della Croce Rossa internazionale. Tale luogo fu Terezin. Dalla fine del 1941 alla liberazione, nel ghetto di Terezin soggiornarono più o meno a lungo gli ebrei cecoslovacchi destinati al campo di sterminio di Auschwitz. Tra di loro quindicimila tra bambini e ragazzi, dei quali ne sopravvissero novantuno. Del loro passaggio a Terezin è rimasta una commovente testimonianza, rappresentata da alcune migliaia di disegni e centinaia di scritti e decine di poesie.
2009: Oggetti della memoria
Oggetti che raccontano le storie degli ebrei uccisi per il solo fatto d’essere considerati inferiori. Tesserini di conservatorio, stelle, documenti, sassi… Ma anche gli oggetti dei nazisti persecutori, foto e documenti dell’orrore.
Il tesserino del Conservatorio di Lwow, per l’anno scolastico 1937-38, apparteneva ad Amalia Badian. Nata nel 1914, la ragazza aveva dunque ventitrè anni all’epoca della foto e venticinque allo scoppio della guerra. Non conosciamo quale sia stato il suo destino. In Europa, Lwow era tra le città che ospitavano il maggior numero di ebrei. Tra il giugno e il luglio del 1941 vennero compiuti diversi pogrom a loro danno: le Einsatzgruppen tedesche (gruppi operativi coordinati da SS e polizia) avevano il compito dichiarato di cercare e annientare qualsiasi presenza di ebreo, zingaro o dissidente politico. Gli uomini venivano uccisi a bastonate o fucilati. Le donne brutalizzate e violentate, prima di essere assassinate. Le sinagoghe vennero saccheggiate e distrutte, le case incendiate. Tra le deportazioni (verso Belzec e Auschwitz, soprattutto) e i pogrom, alla fine del conflitto restarono vive a Leopoli solo poche centinaia di ebrei. Tra i più celebri sopravvissuti vi fu Simon Wiesenthal, che si incaricò di assicurare alla giustizia numerosissimi gerarchi nazisti rifugiati in diversi luoghi del mondo dopo il 1945.
2008: Viaggi e destini degli ebrei
Personalità divenute celebri in seguito, che per le Leggi razziali hanno dovuto fuggire o nascondersi: Lele Luzzati, Albert Einstein, Rita Levi Montalcini, Gillo Pontecorvo…
Quando si dice il destino! Emanuele Luzzati, che tutti hanno sempre chiamato “Lele” (anche quelli che non lo conoscono, come fosse un amico anche se non l’hai mai incontrato) appena diplomato non poteva di certo fare quello che voleva: lavorare nel mondo dello spettacolo, disegnare, architettare. Abitava a Genova, città che lo ha sempre amato molto e che in seguito gli ha anche dedicato un museo. Quando il regime fascista italiano decise di introdurre le leggi razziali, la famiglia di Luzzati si trasferì a Losanna, in Svizzera, e là Emanuele riuscì a svolgere gli studi che aveva sempre sognato: quando si dice il destino! In città si diplomò all’Ecole des Beaux Arts. E imparò molte cose, soprattutto l’arte di arrangiarsi. Chi conosce l’opera di Luzzati sa come utilizzava piccoli pezzi di carta, ritagli di stoffa, vetrini… per rendere tutto colorato e bello. Quel suo stile inconfondibile nacque all’inizio non come scelta ma come necessità: a Losanna non avevano materiali, c’era la guerra e si faceva fatica perfino a trovare da mangiare, figuriamoci belle carte colorate o strutture eccezionali. Così Luzzati dovette inventare un modo diverso di illustrare, fatto di cose povere e di scarti, sovrapposti e incollati, fino a produrre risultati nobilissimi. Oltre all’illustrazione per i libri e alle scenografie per il teatro, Luzzati si occupò anche di cortometraggi per il cinema. Ha realizzato bozzetti per i più importanti teatri italiani e stranieri, come il London Festival Ballet, il Glyndebourne Festival, la Chicago Opera House e la Staatsoper di Vienna. Due suoi cartoni animati ottennero le nomination al Premio Oscar nel 1966 (per la “Gazza Ladra”) e nel 1974 (per “Pulcinella”). Luzzati ci ha lasciati il 26 gennaio del 2007, il giorno prima del Giorno della Memoria. In quel giorno avrebbe incontrato dei ragazzi per parlare di colori e di ebraismo e anche, come diceva Lele di “come si diventa un ebreo artista, e come si diventa un artista ebreo”.
2007: Il destino degli ebrei attraverso i binari dei treni
Deportazioni, viaggi in prigionia, arrivi nei ghetti o nei campi di sterminio.
Le finestre sono sempre in alto, per i bambini più piccoli. Sono irraggiungibili. Già è impossibile o molto difficile per un adulto sottrarsi alla deportazione, ma per i bambini tutto avviene in un clima forse ancora più angosciante. I bambini non conoscevano la realtà dell’antisemitismo meno degli adulti. L’avevano provata sulla propria pelle con le leggi razziali applicate alle scuole, erano stati allontanati dalle classi, segregati, non potevano prendere i mezzi pubblici, come gli adulti, ed erano obbligati a girare per strada con la stella gialla appuntata sul petto. In alcune regioni, anche con due stelle gialle, una davanti e una dietro, per sicurezza. Nei trasporti, i bambini si ammalavano prima e non erano forti come gli adulti. I treni sono spesso trasformati in giocattoli, sono una avventura. Ma in quei treni merci che portavano i bambini dai campi di transito ai campi di concentramento e sterminio, il mondo è ritornato indietro di secoli, riportando l’infanzia a una condizione di inutilità e di debolezza assoluta. Anche i bambini erano compresi nell’ingranaggio dello sterminio: avrebbero generato a loro volta altri ebrei, un giorno cresciuti, e avrebbero proseguito di generazione in generazione la stirpe di quel popolo che i nazisti volevano a tutti i costi annientare. Nemmeno i ragazzi potevano salvarsi. Nei campi di sterminio, non c’era posto per i bambini. Inutili al lavoro, inutili perfino alla vita, finivano direttamente nelle camere a gas. Non passavano mai le selezioni, e il loro destino era segnato da subito. Per molti di loro, la data di morte coincide con l’arrivo nel campo di sterminio. Il treno si fermava insieme al loro cuore, la vita finiva poco lontano dal binario.
Ivan Buchwald (da Debòrah Dwork, Nascere con la stella - Marsilio)
2006: Gli illustratori italiani raccontano l’identità ebraica nella Shoah
Staino, Giardino, Valente, Ghigliano, Rapaccini
Chi è l’ebreo? Quello dell’identità ebraica è da sempre un tema molto dibattuto e complesso. Marek Halter era nato nel 1936: fuggì con i genitori dalla Varsavia occupata dai nazisti. Di quei giorni conserva un ricordo particolarmente acceso. La prima volta che ho sentito pronunciare la parola «ebreo» è stato in tedesco: Jude. Avevo appena compiuto cinque anni. Un giovane soldato in uniforme mi aveva bruscamente posto la domanda: «Jude?» Non ricordo il suo volto, il fascio di luce emesso dalla torcia che mi puntava contro mi abbagliava. Mi rendevo conto del pericolo che la domanda e la risposta rappresentavano per la mia famiglia fuggita dal ghetto? Temo proprio di no. Nella mia incoscienza di bambino, ammettere la mia «ebraicità» era un fatto evidente, fondamentale. Per me, il pericolo più grande era non essere niente. E invece avevo la mia bella identità: ero ebreo! Non c’era motivo per negarlo. Inoltre ignoravo totalmente la minaccia di morte insita in quella domanda.
«Jude?» Sì! Certo, sì!
Forza dell’innocenza! La spontaneità e la convinzione con le quali avevo risposto ci salvarono sicuramente la vita. I nazisti scoppiarono a ridere.
«Lasciateli passare», aveva intimato il superiore, «il bambino parla a vanvera. Gli ebrei negano sempre la loro identità…»
Marek Halter, Perché sono ebreo - Sperling & Kupfer






