Dimenticarsi della Memoria

Mancano pochi giorni al 27 gennaio e il Comune di Piacenza non ha ancora annunciato come verrà commemorata una data fondamentale per il nostro presente. A vent’anni dall’istituzione del Giorno della Memoria, e a settantacinque dall’apertura dei cancelli di Auschwitz, a Piacenza siamo all’anno zero. Evito volutamente il confronto con municipalità fuori categoria come Venezia, che organizza 70 eventi tra conferenze, incontri per le scuole, concerti, reading dedicati al ricordo di chi fu ucciso nel progetto di sterminio nazista. Balza però all’occhio la distanza negativa tra la primogenita e le città vicine: Lodi, Pavia, Cremona e Parma hanno per tempo fissato un calendario e provato ad armonizzare i diversi appuntamenti nati sul territorio. 

A Piacenza alcune istituzioni sociali e culturali fanno regolarmente Memoria, e così diversi istituti scolastici di vario grado. In mancanza però di un coordinamento cittadino e senza una cerimonia civile di peso, il valore del Giorno ha perso forza fin quasi a scomparire. Ammetto che da Palazzo Mercanti mi sarei sorpreso del contrario: nello stile del nuovo corso si è sovente registrato il vuoto nei confronti della Shoah, la cui prova simbolica reiterata ogni anno è l’assenza del sindaco alla commemorazione ufficiale del Giorno della Memoria e la sua presenza al Giorno del Ricordo, forse per l’apparente contrapposizione tra i segni politici di 27 gennaio e 10 febbraio della quale una minoranza di incolti è fermamente convinta.

Nel vuoto di Memoria del Comune è suonata dunque come un rimbombo la recente volontà di riconoscere a Liliana Segre la cittadinanza onoraria in Piacenza. È però sufficiente allargare lo sguardo per farsi un’idea differente della situazione: “Si comincia sempre così, con l’obiettività”, scriveva Bertolt Brecht.

Gli stessi che a Piacenza votarono a favore della cittadinanza onoraria a Segre, sindaco incluso, battono ora le mani su e giù dai palchi di chi in parlamento la sbeffeggiò e di chi politicamente vive in contiguità con le frange più esplicitamente fasciste del Paese. Gli stessi che in pubblico amano mostrarsi commossi rammentando sommariamente il passato che coinvolse Segre così come milioni di altri ebrei europei, ora sgomitano per avere una foto con chi ha ammorbato la comunicazione politica di odio, citazioni del duce, attacchi personali dal sapore squadrista.

Gli stessi che vogliono Liliana Segre come piacentina d’adozione non ricordano che gli ebrei ottant’anni fa non li voleva adottare nessuno. “Li sentivo allontanarsi”: usava queste parole Primo Levi per descrivere gli amici cristiani dopo le cosiddette Leggi razziali.

Gli ebrei erano considerati degli estranei, così come agli estranei di oggi si riservano parole di odio dagli amplificatori dei palchi della Lega: “Prima i piacentini”, “sostituzione etnica”, “l’immigrazione porta criminalità”… frasi che in un paese civile verrebbero pronunciate solo nei peggiori bar sono invece cardine della propaganda di una parte politica. Oggi come un tempo, dal linguaggio politico le parole passano a quello comune, là dove diventano assai difficili da estirpare, s’incistano nel discorso quotidiano e si tramutano speditamente in quella forma di razzismo che tanto piace perché pare moderno, ragionevole, perfino buono. Ma razzismo rimane.

Scrivere che da quei palchi giungono i discorsi semplicistici di chi non sa comprendere, gestire, affrontare la complessità della realtà e s’affida dunque alla brutalità dell’istinto per ottenere consensi immediati è solo una parte dell’analisi. Si tratta di parole da “semiselvaggi”, per tornare al lessico di Brecht. Semiselvaggi rilanciati dai comizi ai social e dai social al vissuto di milioni di persone, col risultato che molti, anche a Piacenza, considerano giustificati il sospetto, la violenza da insicurezza, l’andazzo xenofobo, l’odio malcelato per l’altro, per “il prossimo”, com’è scritto in quei Vangeli tanto sbaciucchiati quanto contraddetti, e come spesso ama dire la stessa Liliana Segre: chi è il tuo prossimo? Chi è oggi l’ultimo, l’indifeso?

I leader nazionali di riferimento degli amministratori piacentini dissimulano empatia per ebrei vissuti ottant’anni fa (e pertanto lontani nel tempo), improvvisano una qualche concordia con gli ebrei d’Israele (lontani nello spazio), assolvono gli antisemiti italiani gettando la colpa dell’odio esclusivamente e genericamente sulle spalle dei musulmani. E mentre fanno tutto questo invitano al voto inneggiando ogni giorno a una disparità tra esseri umani, una separazione tra persone che valgono e persone che valgono un po’ meno. Non stupisce sapere che una parte della loro base finge di non capire e s’affida a nostalgie fasciste, all’immaginario razziale del Ventennio, alla reazione squadrista online e offline, mai contraddetta nel metodo e nel linguaggio ma anzi spesso indirizzata. 

Figurarsi quale trattamento riservano alle altre vittime implicitamente contemplate dal Giorno della Memoria: gli omosessuali e i rom, identità differenti che pur passati i decenni interpellano ancora il nostro presente, il nostro benessere e la nostra morale stereotipata.

Il Giorno della Memoria non dà, ma chiede. È la sua misura. “È la sua dote”, come mi disse una sopravvissuta al lager nel corso di una delle mie ricerche. Il Giorno della Memoria chiede un senso alle cose, chiede di imparare a considerare con umanità le vittime prima che diventino tali e chiede di riconoscerle per tempo, prima che sia troppo tardi, prima che la violenza che alberga in ciascuno di noi possa offuscarci il cuore. Chiede che non esista un discrimine per il bene, e forse anche per questo a Piacenza lo si commemora sommariamente e senz’anima. 

Scegliere verso chi rivolgere il proprio bene (“prima gli italiani, prima i piacentini”…), escludendo volontariamente ed esplicitamente altri, mette di fronte al mondo un bene fittizio e fragile (perché prima o poi lo stesso bene settoriale esclude gli stessi un tempo inclusi). Trasforma il bene in apparenza e in egoismo, lo muta nella sua nemesi maligna che è selezione tra meritevoli e immeritevoli, tra bisognosi degni e bisognosi reietti. È una divisione che possiamo considerare, etimologia alla mano, diabolica. E fu la divisione operata dai regimi fascista e nazista: benevoli coi propri simili, crudeli con gli altri. Il male dei regimi e la violenza che ne scaturì nascono proprio in quella divisione che il Giorno della Memoria mette in luce per sconfiggere, nomina per risanare. Per guarirci.

Se questo senso un’Amministrazione non lo comprende, e a giudicare da certi applausi sotto certi palchi e da certi discorsi davanti a certi microfoni è chiaro che non lo comprende, è logica la conseguenza: a Piacenza le cose così come stanno, e stanno a zero, rappresentano la sensibilità degli amministratori. Eccoli a dimenticarsi della Memoria, eccoli a buttare in piedi piccole cerimonie raffazzonate, che i discorsi saggi del Prefetto Maurizio Falco non bastano purtroppo a risollevare.

“Non cominciarono neppure a vivere” è scritto in francese sopra una targa al “Vel d’Hiv”, il velodromo d’inverno di Parigi, a ricordo dei bambini ebrei che vi furono imprigionati per poi essere portati via, a Est, e uccisi. Di quanti bambini nel 2020 possiamo scrivere lo stesso?

Inebetiti da uno sguardo chiuso e settoriale, ci soffermiamo sopra un dettaglio per volta e il gioco è fatto. Siamo convinti che vada tutto bene se ogni cosa è ben miscelata e confusa: va bene la cittadinanza alla Segre, va bene un prima i piacentini, va bene una cosuccia al Giardino della Memoria, va bene instillare la paura dell’immigrato, va bene una lacrimuccia su un palco davanti alle scuole, va bene non dare la cittadinanza a quegli stessi bambini che guardano la lacrimuccia, pur nati in Italia. Va bene un’assordante assenza di senso.

“Non cominciarono neppure a ricordarli”, scriveranno di noi se continueremo così. Indifferenti all’intelligenza dei nostri concittadini, indifferenti al desiderio di Memoria che sostiene una nazione moderna, indifferenti tanto più all’altro quando l’altro assume le forme di una apparente diversità, siamo in fondo la storia che fa rima con se stessa, a dirla con Mark Twain, involuti sulle nostre piccolezze, sul nostro egoismo corto, sulle tempistiche ansiose e menzognere delle campagne elettorali. Chi non fa Memoria è un irresponsabile verso se stesso e verso il popolo che dovrebbe servire.

Sindaca Barbieri, c’è ancora qualche giorno. Ho fiducia che potrà fare qualcosa per salvare almeno l’apparenza. Per la sostanza, ahimè, siamo fuori tempo massimo.