Buon Natale da Borgonovo, Alabama

caro Gesù bambino,

lo so che non esisti per portare i regali. A me li ha sempre portati Santa Lucia e tu mai niente. So però che un regalo ce lo puoi fare, ed eccomi qui a chiedertelo: aiutaci a guardare il calendario e ad accorgerci che siamo nel 2019, quasi 2020.

Tutto qui? Sì, tutto qui.

Esattamente duemila anni fa festeggiavi vent’anni e chissà come la vedevi. Avevi ancora tanto da fare, e non tutto sarebbe stato così piacevole. Noi duemila anni dopo siamo ancora qui, a parlare in fondo delle stesse cose, a incontrare amore e odio. A stupirci ingenui che ancora esista violenza.

Lo so che vedi meglio di me, ma voglio raccontarti cosa ho visto nelle ultime settimane.

Vado nelle classi di scuola a raccontare cosa accadde agli ebrei sotto fascismo e nazismo. E racconto di come i fascisti, i nazisti, i razzisti in generale usavano e usano le parole: le cambiano, le trasformano. Ora, non so se tu Gesù bambino conosci le parolacce. Ma non intendo quelle quando parlo di parole razziste.

Le parole razziste sono le parole normali, di tutti i giorni, trasformate in insulti. Agli ebrei ottant’anni fa veniva imposta una stella gialla con scritto JUDE, ebreo. Che non è una parolaccia, ma per un antisemita sì. O per un ultrà sui campi da calcio. La è. Sulle stelline non c’era una parola riconosciuta da tutti come un insulto ma qualcosa di più grave e potente.

Perché di fronte a un insulto abbiamo tutti perlomeno una difesa: farci forza puntellando quel minimo di autostima che ci rimane, fino ad arrivare a pensare “dite pure quello che volete, tanto io non sono così”. Quel che rimane è una ferita superficiale, che lascia una cicatrice sottile. E poi forse passa.

Ma davanti a una parola normale siamo disarmati. Se ci insultano per qualcosa che è nostro, che fa parte di noi, che s’avvicina alla nostra natura e alla nostra storia, siamo senza difese.

Ricordi quando ti prendevano in giro perché venivi da Nazareth?

Se con disprezzo ti dicono ebreo ed ebreo lo sei, o italiano e italiano lo sei, o donna e donna la sei, colpiscono sotto la pelle e fanno male dentro, in profondità. Sono ferite incurabili. La cicatrice non si vede e il dolore è tutto sotto. Tanto più se sei una ragazza o un ragazzo.

C’è qualcosa di nuovo? Nulla. È la solita vecchia storia di chi odia e di chi è odiato.

Quando vado nelle classi delle medie e racconto quel che ora ho raccontato a te, le ragazze e i ragazzi mi capiscono al volo. Lo sentono. E io sento che lo sentono, e sento che parlarne aiuta. Forse sapere che c’è un 44enne spettinato che sta dalla loro parte non è confortante, ma è già un inizio.

Solo nell’ultima settimana tre ragazze in tre classi diverse si sono commosse. Io le ho beccate ma loro sono state molto brave a non farsi notare dai compagni. Albanesi tutte e tre. O meglio: di origini albanesi, perché la loro nazionalità chissà qual è e chissà se è così importante.

Mentre raccontavo, i loro occhi sono cambiati e io ho capito. Ho capito ancora una volta quanto sia fragile il dolore, e quanto l’odio rimanga dentro, l’odio degli adulti che diventa odio di ragazzi, le parole di disprezzo degli adulti che diventano storie infinite di odio tra i ragazzi, le parole di odio dei politici nazionali ripetute a pappagallo dai loro scagnozzi, dai loro sindaci e sindacucci opportunisti, dai mille e mille cervelli vuoti riempiti solo di odio, da chi considera rassicurante e razionale un razzismo nemmeno troppo velato: l’odio trasmesso diventa storie di odio nei paesi e nelle città, e anche in un paesello come il mio.

Qui, dove il dibattito è fermo alle cose materiali. Al bilancio. Al proprio benessere. Qui dove ancora non si capisce che la cultura è incontrarsi e permettere d’incontrarsi. Che la cultura è fare comunità intorno al rispetto e alla conoscenza.

Ebbene, Gesù bambino. Siamo nel 2019. Donaci di accorgerci che è il tempo giusto. Per le donne e per gli ebrei. Per albanesi rumeni marocchini musulmani sinti. Nessun essere umano merita di essere abbassato al livello delle parole di odio. Ogni essere umano merita una cura, un appoggio, una difesa.

Lo merita nelle città e lo merita nel mio paesello. Nessuno deve più piangere, nessuno soffrire.

Aiutaci a smascherare l’odio e a insegnare come si smaschera. Aiutaci a dirlo forte. Aiutaci a curare ferite. Aiutaci a mettere cerotti e a insegnare come si mettono.

Ma soprattutto aiutaci a guardare il calendario con gli occhi giusti.

Duemiladiciannove. Siamo qui. Duemiladiciannove. 2019. Quasi duemilaventi. Siamo ancora qui.

Grazie, con l’affetto che posso
matteo