Vado a correre, torno per cena

estate015

A mettere il naso fuori dalla finestra, incontro con gli occhi un prato tagliato a metà dal sole, che termina in fondo laggiù in una gran boscaglia di rovi e piante bucate dai picchi, oltre un canale che non vedo dove si nascondono vecchie lepri che i cacciatori si ostinano a cercare senza risultati. Oltre ancora, le nuvole minacciano di aprirsi di colpo accecando quel po’ che si adocchia della campagna ancora serena. Mi vengono in mente le coincidenze che portano a scrivere l’ultima pagina, tutte insieme contemporaneamente le infinite combinazioni che mi hanno messo qui sulla sedia a scrivere, le fatalità, le concomitanze, gli incontri che visti da lontano sembrano sincronizzati uno con l’altro, come ballerine, una memoria col tutù. Le penso così intensamente da scordarmele in un lampo: la puntina sul disco gira a vuoto per due volte, tra gli alberi un migratore si appoggia ad una folata più forte per prendere un unico, durevole respiro. Se facessi una fotografia al tavolo dove lavoro, non vedreste il tavolo.

 

… la custodia di Sticky Fingers dei Rolling Stones (con la cerniera vera in copertina) che sta girando sul piatto proprio adesso…

Ci sono libri accatastati ancora da leggere, una fiaba per bambini, un cactus rotondo, un vaso da fiori d’acciaio pieno di matite senza punta, un gioco africano di legno, due pennelli giapponesi, i punti sparpagliati della graffatrice, una rivista praghese che parla di illustratori, foglietti sparsi di impegni ancora da rispettare, una lumaca o quel che ne resta, un cavallino di rametti intrecciati, un regalo per una bimba che compie gli anni, due conchiglie minuscole, una foglia di ulivo, una ranocchia di carta, di quelle che saltano se le schiacci il sedere, una stecca di radici di liquirizia, un pezzo di plastica che se vuole scatta otto foto consecutive, biglietti da visita di gente che forse richiamerò, un foglio minuscolo con scritto “notte” in arabo (me l’ha regalato una ragazzina in un laboratorio), un altro con scritto il mio nome in cirillico, un finto pacchetto di gomme da masticare, di quelli con la molla che schiaccia il dito, forbici, articoli di giornali tenuti da parte per non essere mai più letti, un fiorellino rosa tutto secco, due lampade che cominciano a prendere polvere, la custodia di Sticky Fingers dei Rolling Stones (con la cerniera vera in copertina) che sta girando sul piatto proprio adesso. La campagna mi chiama, sulle colline sento scritto il mio nome, devo andare a vedere se è vero. Mi decido. Infilo le scarpe giuste, guardo il giradischi e tolgo la puntina con delicatezza sulle ultime note del pezzo, lo lascio finire. Chiudo due finestre troppo soleggiate, spengo il telefono, prendo un foglietto verde e una matita. Sul foglietto scrivo: vado a correre, torno per cena.