Per Rendiconti 2011, un pezzo su Il prete bello di Goffredo Parise.
Può succedere a tutti. Uno la mattina esce di casa come sempre e quando la sera torna fischiettando e canterellando dopo una giornata di lavoro scopre d’essere rimasto solo. Non sempre la vita gira come vorremmo. Può succedere a tutti: uno esce di casa e trova la sua faccia riflessa tale e quale nelle facce dei suoi amici. La sua banda. Può succedere a tutti: esci di casa e passeggi per le calli di una città dove scorre acqua e non asfalto, e si profuma di alghe ogni mattina per fartele sentire nel naso quando metti il primo piede sulle pietre delle corti sconte, che i turisti non conoscono, e vai a comperare il pane prima di andare a lezione, dentro la tua strana università che chissà perché hai scelto, quel giorno, e porti in una borsa certe seppie bianche e innervosite che ti preparerai in serata. Ritorni a casa, esci di nuovo e prendendola larga prima di infilarti nel pertugio di Ca’ Cappello passi alla Toletta, dove un tempo c’era una tavoletta a far da ponte e tutto in zona ha preso il suo nome, libreria inclusa. E compri per due soldi Il prete bello. Sì, hai già letto Il ragazzo morto e le comete e da quello hai capito che si può scrivere come vuoi. Hai già letto i Sillabari e hai capito che le coincidenze esistono anche a parole. E poi diventi banda, diventi anni ’30, diventi passato e ti siedi su un canale di San Trovaso a leggere, perché quella banda t’ha fatto dimenticare di mangiare. In Parise ogni parola ha una specie di nostalgia della realtà, come volesse farvi ritorno, dire a tutti: «Sono quella, sono vera. Vivo». E invece non fa che raccontarti una bugia sensuale, dove ti appassioni ad entrare facendo finta di crederci. Il sole ti muove un’ombra sulla testa. Anche lui l’ha capito: con quelle pagine tra le mani, non ti sposterai da lì tanto facilmente.





