E va bene. Al mio paese si voterà per il sindaco a maggio. Ci sono tre coalizioni (tre uomini capolista, ovvio), due delle quali mi hanno chiesto di entrare nella lista per il consiglio comunale e in caso di vittoria di ricoprire il ruolo di assessore alla cultura. Se me lo chiede anche la terza, faccio filotto. Ma visto che uno dei due candidati sindaci, al mio ennesimo no, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto «Fallo come atto di responsabilità», ho riflettuto parecchio sul da farsi. Soprattutto, a trarre qualche conclusione dalla frase di un possibile sindaco, mi sono chiesto se continuare a dire di no equivalesse ad essere irresponsabili.

È facile difendersi dicendo che tre coalizioni per dodici candidati ciascuna fa in totale trentasei persone su seimila votanti circa. Dunque gli altri cinquemilanovecentosessantaquattro sono irresponsabili? Credo di no. Ed ecco perché io mi metto in mezzo a loro. Ma, ripeto, è una scappatoia semplice, perché a me è stato chiesto un sì o un no, e a qualche migliaio di altre persone verrà chiesto solo di votare.

È facile anche difendersi dietro alla frase “tanto con me non prendereste voti”: ho provato a dirla in una riunione e sono stato mezzo zittito e accusato di “ragionare coi criteri della vecchia politica”. E io che pensavo che le elezioni si vincessero cercando di prendere più voti degli altri…

Ma allora perché dico no? Esperienza ne ho. Non di politica ma di gestione di esseri umani, mezzi culturali e comunicativi, risorse finanziarie: il lavoro di un assessore alla fin fine è questo, quando va bene. In più, qualche voto probabilmente lo prenderei, perché il mio paese è piccolo e chi finisce sul quotidiano locale tre o quattro volte l’anno, come me, è più in vista di molti altri cittadini e potrebbe perfino sfangarla.

Ma perché no, allora? La politica a questo livello mi interessa come giocare a golf. Fare volontariato, partecipare attivamente alle riunioni genitori, avere a cuore la parrocchia senza esser baciapanche, essere propositivi quando è possibile, chiedere, chiedere e ancora chiedere agli amministratori locali di far bene il loro lavoro e, en passant, dichiarare in una riunione che «vigileremo sul vostro operato» equivale per me  a fare politica? Sapere come si chiama il mio vicino di casa, sapere che è indiano e che ha una figlia che tutti i giorni va avanti e indietro in paese con una bicicletta, anche quando piove, su una strada potenzialmente pericolosa, chiedersi se non si potrebbe fare qualcosa, organizzare una navetta (io e altre persone facciamo spesso quel tragitto in macchina), domandarsi chi è che passa sotto il viale del paese, conoscere qualcuno che sappia raccontarti perché un albero non è stato abbattuto, che ti dica delle sue albicocche, che ti spieghi perché la cassintegrazione non finisce, accorgersi che gli ippocastani son fioriti una settimana dopo, è fare politica? Sapere dove sono le persone che han bisogno, cercare di fare qualcosa, conoscere chi riceve un aiuto ma ne avrebbe ancor più bisogno, è fare politica? Tutto questo è politica?

No. È semplicemente un modo tra gli altri di esprimere la propria cittadinanza. Ma visto che la politica, anche a livello locale, è carente di informazione e chiarezza, è lontana da chi ha bisogno, disattenta per anni ma poi invadente in campagna elettorale, è carente di persone valide, anche quando all’anagrafe sono giovani, esercitare la cittadinanza diventa esso stesso un atto politico. Tant’è che la chiamano “cittadinanza attiva”, ma l’essere attivi dovrebbe essere sottinteso, se uno vuol chiamarsi cittadino e non semplicemente cliente.

E poi non avrei il tempo, e poi non avrei le forze e poi le piccole beghe locali, perché di piccole beghe locali si tratta, spesso, mi fanno venire il mal di testa, mi mettono per giorni di cattivo umore. Ditemi che sono snob, ma non mi alletta l’idea di partecipare a un consiglio comunale e dover discutere con certi leghisti (posso anche omettere gli aggettivi, tanto si sa come sono) o certi pidiellini baciapanche rigorosi sulla famiglia (degli altri), o certi tizi “di sinistra” che non si schiodano mai. Dovevano fare cento passi indietro e non ne hanno fatto nemmeno uno. E io devo farne uno avanti insieme a loro? Dico, vi sembra una buona idea accettare? Per me no.

E poi anche con queste righe ho perso un po’ troppo tempo. Magari torno a fare altro. Dimenticavo. Votate “Goldie” Wilson, un giorno diverrà presidente.

 

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